Campagna Indiana


In Italia abbiamo la supponenza che l’impatto della politica sulla nostra vita sia limitato.

Ci comportiamo (statisticamente, s’intende) come tifosi e la vediamo come una cosa lontana.

Ci sono zone dela campagna Indiana dove la percentuale di suicidi è 10 volte sopra la media.

Che la politica abbia impatto non sul benessere, ma sulla sussistenza stessa della vita di una persona, questo è un esempio di quanto sia importante.

 

— Il testo che segue è tratto da eco-alfabeta (http://blogosfere.it/2008/11/eco-alfabeta-analizza-il-grave-problema-dei-troppi-suicidi-tra-i-contadini-in-india.html)

Vidarbha Jan Andolan Samiti, un’associazione di aiuto agli agricoltori, sostiene che in queste regioni il fenomeno dei suicidi non si è ancora affatto esaurito :

456 nel 2004, 660 nel 2005, 1886 nel 2006, 1213 nel 2007 e 635 fino a ottobre 2008.

L’associazione ha fornito anche la mappa che riporto qui sotto in cui sono si vede la sovrapposizione tra le zone in cui si coltiva il cotone e le zone in cui si sono uccisi i contadini.

La mappa riguarda solo dieci mesi tra il 2005 e il 2006, ma il livello di sovrapposizione è impressionante. Tornerò a parlare del perchè i contadini scelgono volontariamente di lasciare questa vita.

Per il momento mi limito a citare questa considerazione di Patel, che considero piuttosto illuminante: «In India,prima delle riforme liberiste, il governo garantiva un prezzo minimo per i raccolti, così i contadini sapevano in anticipo quali in cassi potevano aspettarsi, e quindi nei campi andava tutto bene. […] All’inizio degli anni novanta questo blocco di aiuti ai poveri delle campagne ha iniziato a sgretolarsi. Il governo, sventolando la bandiera delle riforme e della liberalizzazione, ha cominciato a smantellare il suo sistema assistenziale per l’agricoltura, imperfetto quanto vitale, così i contadini sono rimasti esposti alla disciplina liberomercantile. Purtroppo il libero scambio non ha dato alcun sostegno nè ha redistribuito alcunchè agli agricoltori che se la passavano male.» (R.Patel, I padroni del cibo, Feltrinelli 2008, pp. 29-30)

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