Via del ritorno


Sono alla fine di una esperienza di lavoro in Spagna.

Mi chiedo cosa ne traggo, e cosa mi porto a casa, a parte lo spazzolino da denti comprato qui, certo, il TomTom (attrezzo indispensabile con questa quantità di autostrade), e una certa sensazione di incompiuto.

Il Paese certo ha dei problemi, e molta della crescita si appoggia sulle spalle dei lavoratori che costano meno che da noi, e hanno meno diritti. Però se accettiamo che il benessere non sia fatto solo dalla propria capacità economica personale, ma sia il prodotto sì di questo, ma anche dei servizi pubblici di cui si può usufruire, allora sono qui in Spagna ad avere una qualità di vita superiore.

Se torno in Italia, la prima cosa che vedo è il disastro dell’aeroporto di Fiumicino, seguito dalla tristezza del treno che mi porta in città, seguita dalla desolazione del sottopassaggio e dalla sporcizia della strada, fino ad arrivare alla deludente fermata dell’autobus (che è senza aria condizionata, sarà rotta…) e finalmente alla familiare distesa di erbacce e deiezioni animali che sarebbe il marciapiede che conduce a casa. Certo ho voglia di tornare. Certo non per i servizi che mi offre oggi la mia città.

Allora so cosa c’è di indicato. E’ che il mio paese mi piace. Mi chiedo se abbia senso lottare per cambiarlo, quando dubiti che la maggioranza delle persone abbia realmente voglia di renderlo più simile alla Spagna o ad un qualunque altro paese avanzato.

In Italia esiste la sindrome da benessere dentro l’uscio di casa, quello che c’è fuori, pare non importi.

E con tutta la somiglianza, ci sono alcune cose del carattere spagnolo che sono comunque diverse. Un certo patriottismo che da noi è finito -per fortuna- anche se come lasciando un vuoto, e speriamo che questo vuoto non debba essere per forza riempito da incredulo distacco.

Una certa predisposizione agli spettacoli forti, per dire: ai colori sparati, non alle tinte tenui e eleganti. La Corrida con i suoi fiumi di sangue è un esempio da cartolina, ma va interpretata in questo senso.

La incredibile rivalità regionale, nonostante la Spagna come paese unitario esista da ben prima dell’Italia. 

Dall’altra parte, la capacità di organizzarsi e la cultura del decoro. Gli Spagnoli hanno un’ottima capacità di organizzazione sociale. Voglio dire, la capacità di indirizzare in maniera il più delle volte sensata le risorse.

Forse questo si collega al grande bisogno di decoro (non so per necessità propria o bisogno di mostrarlo). Il decoro va inteso in questo senso. Ho spesso avuto modo di vedere, o sospettare in alcuni casi, che dietro il decoro ci fosse una qualità intrinseca più scadente.

Però accidenti. Già il decoro è qualcosa. Se anche la pavimentazione della passeggiata del parco continua a rompersi (perché evidentemente c’è un problema di materiali), comunque si presenta bene. E in ogni caso viene prontamente (ripetutamente) riparata. 

Lo stesso dicasi per l’impianto elettrico del locale dove andavo a mangiare. Un giorno una delle prese è diventata incadescente (dicasi si è sciolta la plastica e la parte metallica è diventata rossa, ma proprio rosso-lava…). Il che mi ha fatto dubitare della presenza di un salvavita, e di un interruttore di emergenza. Però, certo, il locale si presentava e si presenta tuttora nuovo pulito e carino.

Un altro esempio di buona organizzazione è la candidatura olimpica di Madrid. Personalmente credo siano passati troppi pochi anni per avere di nuovo le Olimpiadi in Spagna. Però detto questo, gli investimenti ci sono già stati e Madrid pullula di buoni impianti sportivi, e utilizzati davvero. Non faccio confronti con la mia città perché rischio le lacrime.

Certo, poi magari si può obiettare circa la composizione del comitato di presentazione della candidatura Madrilena, ma sono altrettanto convinto che sarebbe stata un’ottima sede olimpica.

E’ necessaria una riflessione sulle differenze con l’Italia. Che ci manca per essere organizzati almeno nello stesso modo?

Gli italiani hanno fatto e fanno cose egregie quando si tratta di obiettivi ambiziosi ma limitati, adottando soluzioni innovative e originali, però nell’organizzazione sociale le soluzioni sono incongruenti, spesso inefficaci, se non volutamente mal amministrate. L’Italiano non si fida della politica, né della partecipazione democratica, tuttalpiù si incazza quando si accorge che – contrariamente a quanto ha sempre pensato – la politica conta, eccome. In tutto questo vige il motto “tanto sono tutti uguali”. Che mi sembra tanto un’autoprofezia. Se non faccio di tutto per distinguere il lavoro dell’uno dall’altro, certo che tutti i politici tenderanno ad assomigliarsi. Anzi, la verità è che per motivi che per un sociologo sarebbe facile spiegare, la selezione normalmente ha carattere “inverso”.

Come anche vero – purtroppo – al contrario, che se cerco di differenziare il meno peggio, dovrò aspettare parecchi passaggi prima di arrivare ad un livello “accettabile”, e quindi scordatevi di veder saltar fuori una classe politica capace e matura sulla base di un’unica tornata elettorale o un’unica “alzata di testa” popolare. Che tristezza, vero?

Comunque questo per arrivare ai motivi per cui nonostante l’indubbia capacità dei singoli, e anche di piccoli gruppi, gruppi sociali più grandi hanno la tendenza in Italia ad arenarsi in una serie di veti, pastoie, malversazioni che portano ad uno spreco di risorse e ad una bassissima qualità dei servizi molto più che in altre zone del mondo. 

L’assenza di un obiettivo chiaro, limitato e vicino (per quanto vasto e complesso), impedisce il formarsi dell’atteggiamento giusto (dove anche il singolo senta di poter partecipare ad un obiettivo concreto e raggiungibile). Inutile dire che in una struttura in cui si sia persi in una moltitudine di uffici, responsabilità, imperizie o peggio, e avendo a che fare con questioni che richiederebbero non inventiva e innovazione ma procedure e protocolli, e dove soprattutto la capacità del singolo sia davvero limitata, le possibilità di successo (dove il successo è uno sfruttamento ottimale delle risorse) sia veramente limitato.

No, perché – per fare un esempio – io non posso credere che una città come Madrid abbia a propria disposizione una quantità di finanziamenti tale da permettere di manutenere in maniera più che decorosa le strade (dimenticando i parchi, le infrastrutture, etc.), e Roma ne abbia molti meno.  Non penso che questo fosse vero negli anni delle vacche grasse, ma anche adesso che le stesse sono magre, sono comunque più grasse che qui in Spagna, passatemi il gioco.

Allora i politici spagnoli sono migliori? L’impressione è che no, accidenti. Però evidentemente c’è un apparato burocratico che prescinde dalla poltiica che funziona comunque meglio, e questo evidentemente in Italia manca (prescindendo dai singoli esempi). 

Non penso sia impossibile uscire da questa situazione. Servirebbe riscoprire la politica, dandosi l’illusione di un progetto grande e condiviso di cambiamento, superando le resistenze del “tanto sono tutti uguali”, “tanto non cambierà niente”.

L’illusione, certo, però se è un gioco cui si fa finta di giocare, allora se ne accettano anche le “finte” regole, che poi – per pura fortuna – sono anche quelle che ci servirebbero a dare – e ricevere – l’impressione di godere di una qualità della classe politica più alta, e costringere gli stessi politici ad adattarvisi. Poi penso che – purtroppo – questo è già successo nel recente passato, ad opera di un rabbonitore di prima specie, e che quindi qualsiasi cambio vero di atteggiamento è oggi venti volte più complicato di vent’anni fa.

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