La grande bellezza


L’altra sera ho finalmente visto la grande bellezza.

Già conosco alcuni film di Toni Servillo e Paolo Sorrentino (le conseguenze dell’amore, in primis). Anche se non sono un cinefilo mi interessano i temi di Servillo e Sorrentino in una prospettiva più ampia.

La voglia di vederlo era tanta, e non è andata delusa.

Una storia senza storia.

Passare attraverso l’ignoranza della bellezza, per raccontare la bellezza, quella di Roma e dell’Italia, come fosse congelata in una foto. Ancora vitale ma irraggiungibile, non in grado di intersecare le eventualità del mondo di Jep Gambardella, che intanto è assorbito dal divorare sé stesso.

Quasi si staccava dalla penna la considerazione del mondo di Jep come “reale”. Ma con il proseguire della narrazione risulta “onirico” proprio questo mondo, mentre l’altro – silente – assiste come “sospeso”, ma l’unico davvero legato a radici che scendono nel sottosuolo, e che non si limitano solo alla superficie.

Insomma il film sembra il tentativo disperato di raccontare la bruttezza per il tramite della bellezza, e viceversa.

La bellezza di Roma in questo caso è mozzafiato. Risulta perciò facile immaginare che il film susciti interesse all’estero. E questo nonostante il senso della pellicola possa rimanere sostanzialmente oscuro a chi non conosce l’Italia e Roma, con i suoi travagli culturali e sociali prima che banalmente politici o economici.

Forse dire che non c’è una trama è fuorviante. In realtà di trame ce ne sono molte, intersecate tra di loro, ma come a formare una ragnatela che non consente di riconoscere un inizio e una fine. Molti inizi, molte fini e miriadi di percorsi possibili. Come la storia di Ramona: dilapida tutto solo per alleviare la propria malattia, ma senza riuscire davvero a curarsi. Che poi Ramona sia l’anagramma di Romana deve suonare un caso?

L’unico raggio di chiara intellegibilità arriva dalla “santa”; personaggio tutto sopra le righe, che dice in una frase più di quanto fosse chiaramente detto in tutto il film, prima: “le radici sono importanti”.

Che potrebbe essere il fulcro di tutta la narrazione.

Un’opera, così, può molto di più e molto meglio raccontare un bradisismo culturale che conduce una civiltà ricca e millenaria a inabbissarsi, mentre la musica continua a suonare un sottofondo. Ma che sia orecchiabile, per favore.

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