La sindrome del padrone


Uno come Fassina, che si impegna a definire la concezione di Renzi di partito come “padronale”, potrebbe indurre a pensare ad una elaborazione politica complessa. Cioè il risultato di un lavorio interiore, di analisi della situazione e delle possibilità di incidere positivamente con una mossa dirompente (le dimissioni, appunto), piuttosto che nella prosecuzione di un lavoro sicuramente improbo, certissimamente mal percepito, ma senza dubbio con un ritorno di visibilità (poco ma continuo).

Il fatto è che invece penso il buon Fassina mal sopporti il fatto di non poter più maneggiare come ben abituato ai tempi del buon PD madre/matrigna che tutti accontentava e tutti scontentava al contempo.

Le unioni civili? Tema etico, derubricare a “questione di coscienza”.

La legge elettorale? Abbiamo deciso per il sistema francese. Ma anche no. Così è se vi pare.

Questo era il sistema che sembra piacesse a Fassina. Quello in cui uno ci poteva tranquillamente “inzuppare il pane” quando necessario (politicamente, si capisce). Come fatto in occasione dell’ultima legge di stabilità.

Ricordo il: “Mi dimetto, però se ne parliamo forse potrei ripensarci…”.

Ecco bravo, questa volta, Fassina lo è stato davvero non ripensandoci.

Così magari avrà tempo di riflettere sul fatto che il congresso si fa durante il congresso, e la campagna elettorale durante la campagna elettorale.

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