L’Italia marcia


Sono stato a vedere il sito passodopopasso.italia.it.

Sono un inguaribile ottimista. Ma un ottimista triste, diciamo un ottimista disilluso.

Credo di averlo detto già in passato: chapeau a chi riesce a tirarsi dietro milioni di cittadini, io ho le mie difficoltà con poche decine di acari della pelle.

Nel sito alcune misure riportano delle date, per altre siamo nell’area del possibile.

Si dirà: “ma le date dipendono dal lavoro di altri organi”. Certo, ma mi accontenterei di un’indicazione, in fondo il governo ha (dovrebbe avere) la maggioranza in Parlamento…

Prendiamo il “A che punto siamo”. Vedo la grafica stile Gantt e dico ah beh…

Acc. Però le scadenze non ci sono. Che A venga prima di B che viene prima di C diciamo che è un’informazione, potrei dire ai più inutile, ma magari mi sbaglio (faccio sempre riferimento allo chapeau di cui sopra). Ma ci sono anche degli interessanti particolari.

Tipo: la barretta relativa alla seconda lettura parlamentare della riforma del senato è più corta della prima. Si sarà valutato che da adesso andrà tutto in discesa? Non pervenuto.

Se si va al capitolo specifico della riforma del Senato, l’unico riferimento ad un dato certo è che è stata approvata in prima lettura. Riconosco che non deve essere stato facile, ma come dovrei sentirmi confortato da questo? Tanta fiducia nel futuro?

Sicuramente io non sono nè un ipercritico, né un critico di Renzi, e neanche vorrei cadere nel qualunquismo.

Quindi, giriamola in senso positivo: anche qui Matteo, c’è da fare.

Ultima postilla, riguardo la polemica di questi giorni sullo job’s act.

Non è che ficcare la testa sotto la sabbia ci salverà. E non penso che l’abolizione dell’art.18 significherà per ciò stesso più lavoro.

Penso piuttosto che quella frana nei diritti dei lavoratori consentirà di abbassare il costo del lavoro e quindi creare più lavoro peggio retribuito.

Ma io – che non ho capito niente – non dò colpa di questo ai padroni cattivi o ai poteri forti.

Mi dico – sempre io che non ho capito – che è una conseguenza della globalizzazione, è la conseguenza dell’avere sostanzialmente un mercato del lavoro unico in tutto il mondo.

E se non puoi competere sul lato delle infrastrutture, della preparazione scolastica e della specializzazione, allora tocca competere sul lato del costo del lavoro.

Il che – automaticamente – vuol dire che il lavoratore deve guadagnare di meno.

E’ quello che è capitato in Spagna. Con la differenza che lì almeno un set di servizi pubblici funzionano. Per tutti.

Male, malissimo. Però Tertium non datur. Ma io non ho capito. Niente.

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