Non è Utopia


Non è tempo delle belle parole, levigate e scivolose.

Non è tempo di disegni che facciano da architrave al nulla.

Il dramma richiede rispetto.

E ciò che stanno vivendo i cittadini greci è un dramma.

Non voglio animare una discussione infinita, con chi la pensa diversamente da me, sulle responsabilità.

Quello che resta è il dramma.

Ciò che apparteneva fino a due giorni fa al regno delle ipotesi di scuola, oggi (anzi ieri) si è trasformato in realtà.

Ci saranno sempre (almeno) due modi diversi di vedere questo fatto.

Un esempio? L’attentato di Via Rasella. Ancora oggi c’è chi dice che la responsabilità della rappresaglia fosse della Resistenza.

Resta, quella greca, una realtà che non riesco ad applicare a me stesso, o almeno quando ci provo ho un senso di angoscia e sgomento.

Esagero? Oggi è un giorno felice per i greci, secondo voi?

Perché qui non si parla di banche chiuse, o pensioni non pagate.

Qui si parla di perdita delle regole base che di una convivenza fanno una società.

Qui si parla non di perdita di prospettive, ma di punti di riferimento.

Qui si parla di fine, non di inizio.

Che poi il confondere la fine con l’inizio e la pena con il premio, è una delle caratteristiche di chi vive di UTOPIE.

Saltellando di utopia in utopia, si arriva al paradosso per cui si fa del male a chi si vorrebbe aiutare, e aiutare chi di aiuto non ha bisogno.

Ma parliamo di insignificanti dettagli: Tsipras è finito.

Qualsiasi cosa accada, non vedo come possa restare più di 2 settimane nel posto che – a questo punto malauguratamente – gli è stato assegnato nelle ultime elezioni.

Sta facendo campagna per il No al referendum, e quindi se dovesse vincere il sì dovrebbe – come minimo – dimettersi.

Ma anche se il suo “storytelling” dovesse essere talmente efficace da provocare la tanto auspicata vittoria del no, cosa potrebbe farsene un paese in default, allo sbando e con (probabili, nonché conseguenti) problemi d’ordine pubblico di un politico che tutto questo non fosse riuscito ad evitarlo?

Ah sì. La storia (quella delle fiabe, per l’appunto), è che con una vittoria del “no” in tasca, ripartirebbero i negoziati.

Ma su cosa? Sulle macerie di un paese allo sfacelo, e nello stesso momento in cui nugoli di avvoltoi se ne starebbero spartendo le spoglie, tradito da sé stesso e optando per il suicidio, perché la medicina era troppo amara.

E le spoglie sarebbero quelle non dei magnati, ma della povera gente, che si desiderava preservare, impuntandosi contro il buonsenso e la realtà, sul fatto che 2+2 faccia 3, almeno in uno dei mondi paralleli possibili, quello dove si entra senza pagare il biglietto.

Un utile articolo:

http://phastidio.net/2015/06/29/grecia-domande-su-un-dramma

Utopia

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