La sindrome dell’Isola di Pasqua


Come è noto, Rapanui (questo il nome indigeno dell’isola), è stata “scoperta” dagli europei (Jacob Roggeveen, nel giorno di Pasqua del 1722). Con una certa dose di ironia, l’Isola ereditò per l’appunto da questo il suo nome “moderno”.

La storia dell’Isola appare un’esempio classico di un comportamento suicida da parte di una struttura sociale.

Per motivi rituali, ad un certo punto gli abitanti di Rapanui cominciarono ad erigere i Moai (le classiche teste monumentali). Il fatto che per la costruzione dei Moai fosse necessaria una grande quantità di legname non deve aver rappresentato un grosso problema, all’inizio. L’isola doveva infatti essere completamente coperta di una fitta foresta di palme.

Tuttavia, alla sua “scoperta” da parte di Roggeveen, l’isola si presentava completamente brulla. Si scoprì poi che ospitava qualcosa come 1000 Moai.

Che quello di intaccare le riserve necessarie al proprio sostentamento, non fosse una buona idea, qualcuno deve pur averlo sospettato, nei 6 secoli di isolamento e distruzione di risorse che l’isola conobbe.

Nelle pieghe della non-storia di Rapanui si trovano le testimonianze di feroci battaglie, che in una comunità così piccola dovevano avere l’aspetto di faide e parricidi, ma solo la nostra immaginazione può farci pensare che la contesa fosse proprio su quel tema cruciale, che veniva prima di ogni altro: qual è l’uso razionalmente più idoneo delle risorse, e qual è la pressione antropica sostenibile da un ambiente così ristretto?

Non sappiamo se abbiano tentato la via dei Referendum costituzionali. Non pare ve ne fossero le premesse.

Ma non c’è dubbio che anche se non erigiamo statue e non sacrifichiamo agli Dei, comunque viviamo delle nostre convinzioni talmente radicate da non essere scalfite dalla realtà.

Come per esempio il fatto che siamo cronicamente incapaci di assumere decisioni, e non da oggi. Da cosa sarebbe nato altrimenti il Fascismo?

A questa incapacità di decidere si lega (ne è causa, e anche conseguenza) non solo l’esistenza della seconda camera, ma la specularità assoluta dei loro poteri, nonostante un sistema elettorale che è costituzionalmente diverso.

Tanto per chiarirci, questa caratteristica della “costituzione più bella del mondo” non è solo rara in Europa: è UNICA, proprio perché sembra essere costruita apposta per creare governi fragili.

Ma si sa, perché dovremmo farci guardar dietro? Magari noi abbiamo trovato la soluzione migliore e gli altri non l’hanno capito.

INFATTI, il governo testé scaraventato dai cittadini per mezzo di un Referendum Costituzionale, nonostante fosse in carica solo da Febbraio 2014 era già sul podio dei più lunghi della nostra storia repubblicana (quella della Costituzione più bella.. etc.).

E in effetti – a noi Italiani – piacciono tanto le barzellette. Come quella del governo balneare, che non si sentiva da troppo tempo.

E ci piace tanto votare. E non abbiate timore, ché col proporzionale tornare a votare sarà una gradita abitudine nei prossimi anni.

Ho visto che tanti commentavano con sufficienza i risultati possibili di questo referendum, ritenendo che “ben altri” fossero i problemi dell’Italia. E non si può negare che sia vero.

Ma – nella mia totale ignoranza – mi dico che una questione è il frutto, e questione diversa è il tronco.

E la questione del bicameralismo è questione strutturale che ci insegue da settant’anni. E mi dico che le caratteristiche del sistema politico pre-’94 erano modellate da questo problema. E che dopo, al mutare della legge elettorale, questo problema è rimasto.

Ma in settant’anni quante volte il Senato ha votato per una propria riforma?

Su, la risposta è semplice.

Ma certo, noi Italiani abbiamo altri problemi.

Come il fatto di essere convinti di aver maturato una specie di diritto acquisito a vivere bene almeno come i nostri padri.

E fatichiamo ad interpretare un “mood” che sta travolgendo tutta una classe dirigente. Come un buco nero, che passa e inghiotte tutto ciò che gli si avvicina. E più inghiotte più si ingrandisce.

La realtà percepita dista da quella oggettiva di una distanza proporzionale alla propria rabbia.

A giovare di questa situazione, sono i faciloni di ogni collocazione, quelli per cui “bisogna andare al voto”, anche se non è tecnicamente praticabile[*]. Quelli per cui “è scandaloso” che la Corte Costituzionale decida il 24 Gennaio sull’Italicum, e via così.

Un modo suicida per chiamare la gente a decidere la via migliore, ripiombando il Paese nella rabbia gridata contro tutto e tutti, contro ogni senso, contro il Rapanui che è “al momento” responsabile, dimenticando che tra un mese, o un anno, quello che è oggi per il No a tutto sarà lui il responsabile, e per ciò odiato, disprezzato, esecrato.

Perché qualsiasi soluzione (anche in sedicesimo) va proposta da chi è al governo. E chi è al governo, con quest’atteggiamento, è sempre colpevole.

E non mi pare ci sia uno stellone che stia piombando a toglierci le castagne dal fuoco.

amanecer_moai_rano_raraku_-_flickr_-_alanbritom

[*]: tecnicamente non praticabile = i sistemi elettorali vigenti sono da una parte il Porcellum (monco) quindi senza premio di maggioranza e dall’altro l’Italicum (sub judice) con premio di maggioranza. Se già la base elettorale diversa assicura la disomogeneità dei risultati (costituzionalmente prevista), l’utilizzo di due sistemi elettorali tanto diversi ci assicurerebbe un altro periodo di “vacanza”, tipo 2013. O peggio. Però – certo – è più comodo gridare “al voto! al voto!”, sapendo che qualcun altro farà il lavoro “sporco” per noi…
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