Archive for the ‘Sociale’ Category

Psicologia social

23 gennaio 2018

Dello studio avevo già sentito. Ma il post di Barney è stata l’occasione (a parte il divertente video presente nel post originale), per leggere il documento: http://www.avaresearch.com/files/UnskilledAndUnawareOfIt.pdf

Ora, nel leggerlo sono emerse una preoccupazione, una certezza:

la preoccupazione è di ricadere – almeno in qualche caso – nell’ambito dei soggetti studiati. E’ evidente, se non ho gli strumenti per giudicare, non posso nemmeno giudicare di non poter giudicare. L’ho detta male scusatemi, ma l’angoscia è reale. Inoltre c’è lo studio allegato, leggetelo lì: è molto più chiaro.

la certezza deriva dall’essere finalmente riuscito a spiegare dei comportamenti da parte di persone che conosco, comportamenti che ritenevo troppo idioti per essere veri. Ecco, ora ho la spiegazione di come questo si realizza, e mi dà la certezza di doverle evitare, queste persone.

O magari sono loro che devono evitare me, in un gioco degli specchi infinito, di opinioni divergenti e ugualmente soggettive.

 

David e’ Dunning, Justin e’ Kruger: due dei miei fari per comprendere la psicologia dell’essere umano, specialmente nell’era dell’Universita’ di Youtube e degli esperti tuttologi a 360 °. Me compreso, ovviamente. I due hanno vinto un premio IgNobel, nel 2000, quando invece avrebbero dovuto portarsi a casa il Nobel vero. Ma si sa: quelli dell’IgNobel […]

via David e Justin cantati e ballati — BarneyPanofsky

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Non più di una parola

8 gennaio 2018

Dal 1-1-2018 è iniziata in Italia una rivoluzione ecologica che porterà gli italiani a produrre e consumare meno plastica, a vantaggio di altri materiali più innovativi, ecologicamente sostenibili. E’ la rivoluzione dei sacchetti per l’acquisto nei supermercati di carne, pesce, frutta e altri alimenti sfusi. Naturalmente l’ecologia inizialmente ha un costo, ma il rispetto dell’ambiente […]

via LA RIVOLUZIONE ANTI-PLASTICA E LE BUFALE REAZIONARIE — il pensiero di oggi

Posto un articolo che mi sembra ben fatto sull’argomento, ma non ce ne dovrebbe essere nemmeno bisogno. Detto questo, un’osservazione ma giusto per aiutare a riflettere: la legge impone di esporre un prezzo per i sacchetti di plastica che precedentemente erano “percepiti” come gratuiti. Ma – a ben pensare – gratuiti non erano. Semplicemente entravano nei costi “di gestione” del supermercato e ricadevano sui prezzi dei prodotti. Ora, per l’appunto, essendo “non esposti” questi costi erano “occulti”. Semmai, sarebbe da accertarsi se le aziende interessate calcoleranno in maniera corretta i costi finali dei prodotti. Ma veramente, veramente, chi ha voglia di discutere per 3 centesimi? Suvvia, siamo seri. E già con questo post, ho sprecato un eccesso di CO2 per un argomento che non lo merita.

Moderatamente fallito, grazie

21 dicembre 2017

Parto da questo articolo, di Melanie Stefan https://www.nature.com/naturejobs/science/articles/10.1038/nj7322-467a

Cos’è il fallimento? Pare che ultimamente ci sia una moda a riconsiderare i fallimenti, a ricavare da questi elegia e mitologia.

Non intendo dire che questo sia il modo di intendere l’articolo della Stefan, che anzi è serio e più che ragionevole.

Il fatto è che invece ho potuto sentire diverse interpretazioni dello stesso concetto in forma euforica “yesss, wonderful, we failed again!”.

Non prendiamoci per il culo, per favore.

A furia di prendere portate in faccia, nessuno è mai diventato AD di una Società della Silicon Valley, e anche la più umile delle attività ha bisogno di una certa dose di successo.

Certo, considerare i fallimenti parte del processo di apprendimento è bene, ma sappiamo anche che spesso successo e fallimento, per noi che non siamo geni, sono separati da un sottilissimo strato di sedere. Chiamatela fortuna, opportunità, etc. etc.

Quindi fallimento sì, ma senza esagerare.

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Di pesi e di misure

14 dicembre 2017

http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/11/29/news/naziskin_como_migranti_irruzione_fascismo-182499802/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1

Da questi ragazzi sono distante anni luce, però osservo che – per una volta – sono, non so se educatamente, intervenuti, avendo letto un volantino che è mediamente ad un milione di parsec da me, ma comunque senza rompere teste e – dopo – ritirandosi nelle loro dimore o dovunque altro gli piacesse, senza lasciare strascichi, senza rompere, sporcare, dileggiare.

Interrompendo una riunione, quindi facendo un atto illegittimo, ma perciò stesso “dirompente”. Dove sia il confine tra l’illecito “lecito” e il lecito “illecito” non lo so con certezza io, come penso nessuno. Ne avevo già parlato, mi pare, anni fa.

Bloccare un’autostrada per protestare contro la chiusura di una fabbrica è lecito o illecito? Che dite, che dipende dall’impatto sociale dell’uno e dell’altro? Va bene, filosofia pura.

Ora, noi, proprio in questo caso e non in altri invochiamo leggi contro il ritorno del fascismo, sì per carità tutto vero, ma davvero non capisco dove sia il pericolo.

Perché poi diventa un pò scivoloso lo spiegare perché un’azione così, compiuta da un gruppo di naziskin è inaccettabile, e quando invece è compiuta (uguale uguale, se non anche un pelino più violenta) da un gruppo di sinistra è perfettamente accettabile (anzi socialmente accettata).

E’ che bisogna stare attenti alle parole, e ai principi che si adottano che – per una questione etica – dovrebbero essere sempre gli stessi, ma poi alla fine anche per una questione di conveniente opportunità. Ma tanto noi italiani siamo furbi, no?

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Niente foto, per favore

18 settembre 2017

Sono passato ieri (in macchina) nella riserva della Marcigliana.

Questa strada che ho percorso è la stessa che per anni percorrevo quando andavo in bici, anni fa.

E’ il posto più vicino a dove abito con una discreta salita d’asfalto, utile per mantenere un pò di allenamento senza sacrificare troppo il calendario.

Quelli più motivati (e più bravi) di me la utilizza(va)no per le “ripetute”.

La strada è abbastanza piccola, e abbastanza poco frequentata, anche se non del tutto isolata dato che è anche una allungatoia per arrivare da via Nomentana sulla Salaria.

Definisco allungatoia: voglio dire che in realtà ci si mette più o meno lo stesso tempo che facendo altre strade, ma passando in un punto che oggettivamente è bello, con tanto verde, anche se con il prezzo di pagare una cattiva frequentazione.

Ma tant’è, per anni lo facevo perché nel complesso era un modo gradevole di passare una parte della Domenica mattina. Aria, verde, (un pò di) fatica. Una volta ho anche visto un gruppo di cervi. O forse avevo bevuto troppo la sera prima, chi lo sa.

Bene, dicevo. Ci sono tornato ieri.

Oramai sono pronto quasi a tutto, e sì che già la strada (pur essendo dentro la riserva) era oggetto di abbandono di materiali, attività più o meno contrastata con interventi di vario genere.

Ma l’impressione di rivedere com’è ridotta ora, mi ha fatto davvero male.

Forse non immaginavo che l’inciviltà potesse raggiungere questi livelli: sono un ingenuo.

Le tracce degli incendi, sì ma non è questo. Il punto è che le zone denudate dagli incendi sono diventate prede facili per l’abbandono di immondizia di ogni genere. Di OGNI genere.

E’ la stessa impressione che mi avrebbe fatto vedere una donna malmenata e perciò violata, e proprio perché più vulnerabile, ancora e ancora.

Una via crucis.

Non ci ripasserò più, esempio di come la bruttezza (e la brutalità che si porta dietro) vincono.

Non aggiungo foto, diffondere il brutto non ha senso, se non a determinate condizioni.

La città come luogo eroico

29 agosto 2017

Sapevate che esiste un indice che aiuta ad identificare gli “Stati falliti”? E’ il “Fragile State Index”. Non credo esista uno strumento simile per le città.

Servirebbe un accordo scritto con i cittadini, con i suoi bravi parametri da rispettare. Non credo esista niente di così esplicito e soprattutto vincolante.

Chiacchiere sì. Quelle, tante.

Torno a Roma, dopo 15 giorni di mancanza.

Io sono ultimamente molto critico, questo è vero. Ma è anche tremendamente reale la puzza che ti assale appena scendi, dopo 9 ore tappati in una macchina in 5. Il che non è un bell’inizio. Comunque anche questa il giorno dopo non la senti più, semplicemente ti assuefai.

Poi, lo sguardo spazia su un panorama di erbacce, cumuli di immondizia, e strisce di fumo a colorare il cielo azzurro. A questo, almeno io, cerco di non assuefarmi.

In serata, accompagno mio figlio da un amico, zona Viale della Moschea.

Io non ho esperienza diretta di Sarayevo nell’immediato dopoguerra, per mia fortuna. Ma non mi aspetto fosse tanto differente da così. Una transenna arancione a delimitare metà della carreggiata, in maniera da impedire il transito in uno dei sensi (o forse no? non c’era nessuna indicazione), con nessuna ragione apparente. Le radici? I dossi? Le buche? Mah.

Sporcizia ovunque. Erbacce. Tracce di incendi.

No, Sarayevo non doveva essere molto diversa. Mancano i crateri dei 105 e delle mitragliere pesanti. Ma per quello le strade di Roma già da tempo somigliano più a delle carrarecce di montagna. Mancano i morti per la strada, vero.

Non esiste un indice delle città fallite. Esiste però un limite alla sopportazione. E tanti – troppi – lo valicano (soprattutto giovani) e se ne vanno. Chi lontano, chi più vicino.

E questo alla lunga, è il modo in cui le città muoiono. Morte o non morte per i suoi abitanti. Storia o non storia.

Comunque l’accostamento con Sarayevo non dovrebbe scandalizzare più di tanto: è anche il segno che le città, volendo, possono anche rinascere.

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Il trollino di Foucault

21 giugno 2017

Per quali ragioni ci si concentra in città rumorose, sporche, affollate?

Ma è chiaro: per usufruire di servizi, alcuni dei quali in comunità più grandi sono più efficienti, altri in comunità più piccole semplicemente non ci sono.

Per dire: se voglio andare all’Opera, probabilmente in un piccolo centro non avrò questa possibilità e dovrò spostarmi in uno più grande.

E’ solo un esempio, non volevo dire che chi abita a Vulci è uno zotico, beninteso.

Comunque uno dei vantaggi dell’abitare in queste grosse, flaccide, puzzose città dovrebbe essere quello di avere un’offerta di servizi migliore.

In teoria. In pratica, noi che abitiamo a Roma, sappiamo quanto tutto questo sia teorico.

E veniamo al senso di Atac. Atac esiste per svolgere un servizio pubblico? Sì.

E’ efficace? No. E’ efficiente? Men che meno.

Qual è la colpa dei 5S in questo? Nell’insistere a voler considerare riformabile questo strumento quando invece è chiaro che lo sforzo per riformare ATAC è superiore – e di gran lunga – allo sforzo di ricominciare da capo.

Non è cattiveria. Capisco le preoccupazioni sui livelli occupazionali, sulle garanzie, e su tutte le altre belle cose che sono valide solo quando si parla di società pubbliche, e meno valide quando a subire i contraccolpi delle crisi sono dipendenti di società private.

Ma qui non siamo davanti ad una società che magari non è efficiente, ma è efficace (ie funziona ma costa troppo). O che magari non è efficace, ma intanto è efficiente (che sarebbe come a dire che costa poco ma non funziona).

No. Qui siamo stati in grado di creare un ircocervo che non funziona e – tanto per non farsi mancar nulla – costa un buco annuale di 500 milioni al Comune.

Allora la colpa dei 5S è di cercare di mantenere il pentolone sul fuoco, per squallidi calcoli post-elettorali (con tutto che lo sport di allisciare il pelo ai dipendenti delle municipalizzate è sempre stato molto diffuso, a Roma).

Oppure no, non si tratta nemmeno di squallidi calcoli elettorali (perché si sa, la politica è lo spazio vuoto tra due campagne elettorali), e sono davvero convinti che il loro potere taumaturgico e riformatore possa modificare le situazioni da terzo mondo di cui questa città è piena.

Perché si è convinti – prima di tutto – che non servano segnali, ma solo un onesto (!) lavoro di cesello, e tutto tornerà a posto.

Basterà il cesello per far sentire i cittadini romani un pò meno sudditi? Ma anche profittatori. Perché le medaglie hanno sempre due facce.

E – qui a Roma – come forse a Caracas o a Calcutta le due facce sono quelle di un apparato di servizi inesistente, con burocrazia maramaldeggiante e spocchiosa, e di popolazione oramai usa a considerare l’esercizio di propri diritti come risultato di una contrattazione mafiosa, e a ciò oramai usi da decenni.

Per un ATAC che non funziona, ma nemmeno in sedicesimo (e non dò certo la colpa ai grillini per questo, l’esempio dei trollini è soltanto un esempio), e che non si ha nessuna intenzione di colpire, così come non si può/vuole colpire la burocrazia cieca, fatta di piccole e grandi angherie, dove le uniche responsabilità vengono identificate nella classe “dirigente”: il politico, l’imprenditore, facendo un racconto che – per me – è parziale, ma che è anche più semplice da fare, e meno impegnativo.

Un racconto sulla base del quale si può poi difendere i livelli occupazionali di ATAC, o i vantaggi piccoli e grandi delle municipalizzate a Roma, ma anche certi discorsi sui dipendenti comunali, scivolosi quanto si pare ma che un giorno qualcuno dovrà pure affrontare, a meno di decidere di tenersi questa struttura dei costi (e della annessa qualità nulla dei servizi) fino alla fine dei giorni.

Quindi quello che rimprovero oggi – per ATAC, ma solo come esempio – ai 5S è di essersi venduti come la soluzione a tutti i mali di Roma, spacciandosi per la medicina nuova, ma rivelandosi poi – a distanza di un anno – nient’altro che la solita pappa, solo con il nome diverso.

Ma noi romani siamo così.

Chi volete che l’avrebbe votato un partito che si fosse presentato con un approccio davvero (magari sbagliando, perché no) completamente diverso?

Nessuno. Infatti guarda caso i Radicali Italiani nelle ultime elezioni hanno preso talmente pochi voti da non avere nemmeno un rappresentante in Consiglio.

E oggi promuovono un Referendum per la messa a bando del servizio di trasporto pubblico a Roma non essendo rappresentati nelle istituzioni. Quando si dice essere “fuori del palazzo”.

Ma in questo caso per colpa dei politici, degli imprenditori o dei faccendieri?

O perché – in fondo in fondo – al romano piace prendersela con gli altri, ma “manzo eh?”, quando si tratta del proprio miserevole tornaconto?

E’ caratteristica di tutte le società degradate che i diritti si frantumino in tornaconti risultando in una mancanza di interesse comune ai più per “cambiare” davvero le cose.

Roma non fa – purtroppo – eccezione.

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Susan J. Fowler

20 giugno 2017

Susan ha scritto questo post sul suo blog: Riflessioni su un anno  in Uber (https://www.susanjfowler.com/blog/2017/2/19/reflecting-on-one-very-strange-year-at-uber).

Uno dei pericoli quando si descrivono torti subiti, è il rischio di tracimare nel patetico, e di lì giungere ad un problema di credibilità.

Susan questo percorso non lo fa, dimostrando di avere una personalità salda, più di tanti altri nella sua posizione.

Arrivando alla fine del racconto, molto onesto, si riesce a provare quella stessa sensazione di frustrazione che – più di altre – deve aver provato la stessa protagonista.

Più della rabbia, più del senso di ingiustizia per i torti (tanti) subiti.

Siamo abituati a pensare che new economy sia sinonimo di apertura culturale, di meritocrazia, di diversity, come usa dire.

Poi arriva questo racconto su Uber, a rovesciare questa assunzione come un calzino. Perché se è vero che l’interesse dell’Azienda è unicamente rivolto al profitto, allora il rischio è di diventare conservativi come e più delle aziende da meccanica pesante, altro che start up.

E il racconto di Susan va esattamente in questo senso, con manager che – come scusa o no – usano le performance dell’aggressore come motivo per lasciarlo indisturbato al suo posto, e cadendo più volte – come giustamente Susan fa notare, nel ridicolo.

Comunque – sia stato il post della Fowler o no – dall’inizio dell’anno a Uber c’è un terremoto che sta tirando giù tutto il management.

Se questo basterà a riallineare Uber non so. Di sicuro sarà un insegnamento per tutti quanti – me compreso – associavano tutte le qualità migliori legate all’agilità, al merito, alle idee “smart” con la Silicon Valley, che dovranno rivedere le proprie assunzioni, e – almeno per quanto mi riguarda – continuare a pensarlo, ma con un abbondante beneficio di inventario.

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Totò la belva

15 giugno 2017

Si parla di Antonio Riina. Non entro nella questione tecnica della sentenza della Cassazione, sia perché – per l’appunto – si tratta di una questione tecnica, e io tecnico della materia non sono, sia perché di tutti quanti si sono espressi mi pare che la maggior parte non avessero fatto neanche la fatica di leggerla, o – avendola letta – avevano deciso (a priori o meno) di avversarla per puro calcolo di convenienza.

Si chiama, in altra forma, di polemica politica.

Lungo pippone di premessa finito.

Il punto, e veniva ben individuato in uno degli articoli che ho letto sull’argomento (http://www.lavocedinewyork.com/news/primo-piano/2017/06/08/se-riina-e-ancora-il-capo-dei-capi-lo-stato-ha-fallito/), è il seguente: qual è il pericolo connesso con la revoca del 41bis per questo ottantasettenne? Cioè: chi realmente può credere che questo individuo – potente e sanguinario al momento del suo arresto – abbia conservato il proprio potere dopo vent’anni di regime speciale?

Non ci posso credere perché se fosse vero, allora vorrebbe prima di tutto dire che il 41bis è inutile.

Secondariamente se è vero che quest’individuo è alla fine della sua vita sciagurata, allora la reale forza di uno Stato si esprime nel decidere valutando i fatti, e non le suggestioni – come temo possa essere un magari umananamente giusto sentimento di vendetta.

E non sono affatto d’accordo su quanti dicono che una (supposta, e peraltro non richiesta nella pronuncia della Cassazione) scarcerazione di Riina sarebbe un segno di cedimento dello Stato. Un atto di questo tipo per un individuo morente, non più in grado di nuocere, né di comandare neanche al proprio corpo, sarebbe semmai il segno opposto.

Fortes semper monstrant misericordiam.

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Zorro

15 maggio 2017

Se n’è andato un altro grande. Un pensatore, un giornalista, un uomo.

Una persona che potevi fermarti ad ascoltare con la certezza di cogliere un punto di vista, un’idea davvero nuova e illuminante.

Qual è il livello minimo di intelligenza con cui questo mondo può reggersi in piedi?

http://www.olivierobeha.it/inevidenza/2017/05/la-liberta-e-un-lusso-di-pochi-mi-ripeteva

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Doduck

Lo stagismo è il primo passo per la conquista del mondo.

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

il pensiero di oggi

Rubrica di pensieri quotidiani di www.miknet.it il sito di Mik (Michele Lecchi)

Bad Work

Come sopravvivere ai lavori di merda

La Ragazza Approssimativa

Il blog di una ragazza qualunque, che non sa cucinare, non è fashion e ha la pancetta: una ragazza approssimativa.

Tratto d'unione

Ma cosa c'è dentro un libro? Di solito ci sono delle parole che, se fossero messe tutte in fila su una riga sola, questa riga sarebbe lunga chilometri e per leggerla bisognerebbe camminare molto. (Bruno Munari)

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Se non combatti per costruire la tua vita non ti rimarrà niente

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