Pessimus inimicorum genus laudantes

30 agosto 2017

“Inciampo” nell’ennesimo commento al “blog di Casaleggio” su Roma.

Un recente ritorno dalle ferie, e qualche giorno di “quiete prima della tempesta” lavorativa, mi consentono di approfondire la curiosità.

Ultimamente non sono stato molto tenero dei confronti dei 5S, ma ho sempre riconosciuto alla loro maggior parte un’ottima volontà. Condita da troppa ideoligicizzazione, ma comunque con ottime intenzioni e – spesso – con tanta voglia di fare.

Chi fa sbaglia, dice un proverbio. Ma un altro aggiunge perseverare diabolicum.

Ma questa è tutt’altra storia.

Questo post qui http://www.beppegrillo.it/m/2017/08/tutta_la_verita_su_roma.html (che trovo nel blog di Grillo), è però ad un altro livello.

Vergato da un tale Maurizio Alesi, già dal titolo “tutta la verità su Roma” si presenta bene; ed è dinamite, ma davvero.

Il post è spudoratamente elogiativo, al punto che si potrebbe trovare perfino ridicolo, non vivendoci, a Roma.

Peccato che a me, che contrariamente ad Alesi a Roma ci vivo, faccia solo rabbia.

Descrivere una città che non c’è, e sbugiardare quanti ogni giorno sono costretti in questa realtà è una cosa di un’insolenza che arriva al limite dello sberleffo.

Dico alle persone dotate di intelletto, nel Movimento: fermatevi. Questa è dinamite, ma prima di tutto per voi stessi. Di questo passo si diventa facilmente paranoici alla Kim Jong Un o alla Nicolas Maduro.

O ancora peggio, si diventa burattini di pezza nelle mani di paranoici idioti.

wizin

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La città come luogo eroico

29 agosto 2017

Sapevate che esiste un indice che aiuta ad identificare gli “Stati falliti”? E’ il “Fragile State Index”. Non credo esista uno strumento simile per le città.

Servirebbe un accordo scritto con i cittadini, con i suoi bravi parametri da rispettare. Non credo esista niente di così esplicito e soprattutto vincolante.

Chiacchiere sì. Quelle, tante.

Torno a Roma, dopo 15 giorni di mancanza.

Io sono ultimamente molto critico, questo è vero. Ma è anche tremendamente reale la puzza che ti assale appena scendi, dopo 9 ore tappati in una macchina in 5. Il che non è un bell’inizio. Comunque anche questa il giorno dopo non la senti più, semplicemente ti assuefai.

Poi, lo sguardo spazia su un panorama di erbacce, cumuli di immondizia, e strisce di fumo a colorare il cielo azzurro. A questo, almeno io, cerco di non assuefarmi.

In serata, accompagno mio figlio da un amico, zona Viale della Moschea.

Io non ho esperienza diretta di Sarayevo nell’immediato dopoguerra, per mia fortuna. Ma non mi aspetto fosse tanto differente da così. Una transenna arancione a delimitare metà della carreggiata, in maniera da impedire il transito in uno dei sensi (o forse no? non c’era nessuna indicazione), con nessuna ragione apparente. Le radici? I dossi? Le buche? Mah.

Sporcizia ovunque. Erbacce. Tracce di incendi.

No, Sarayevo non doveva essere molto diversa. Mancano i crateri dei 105 e delle mitragliere pesanti. Ma per quello le strade di Roma già da tempo somigliano più a delle carrarecce di montagna. Mancano i morti per la strada, vero.

Non esiste un indice delle città fallite. Esiste però un limite alla sopportazione. E tanti – troppi – lo valicano (soprattutto giovani) e se ne vanno. Chi lontano, chi più vicino.

E questo alla lunga, è il modo in cui le città muoiono. Morte o non morte per i suoi abitanti. Storia o non storia.

Comunque l’accostamento con Sarayevo non dovrebbe scandalizzare più di tanto: è anche il segno che le città, volendo, possono anche rinascere.

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Il dessert libico

3 agosto 2017

Finalmente abbiamo capito a cosa si riferiva Renzi quando ha scritto “aiutiamoli a casa loro”.

E’ come quando la colf vi viene a casa e vi lava le mutande.

La stessa cosa, con la differenza che la colf in Libia ci andrà con due navi da guerra.

E ci sta, per carità, essendo la Libia un Paese non-Paese con un livello di stabilità interna che i più prudenti definirebbero “problematico”.

Bisogna capire comunque le finalità con cui il governo italiano invia due pattugliatori. E lasciamo stare le dichiarazioni formali. Un indizio lo si apprende dalla reazione rabbiosa di Haftar – appoggiato dalla Francia.

Allora viene il dubbio che le due navi italiane, dovranno entrare in acque libiche per puntellare la leadership “assai problematica” di Al Serraj, in un’escalation di ganzate cosmiche che Francia e Italia pare si stiano avviando a percorrere tutta, fino al punto in cui in questa roulette russo-libica qualcuno non si farà male sul serio.

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Sulla via di Bracciano, mi persi 8000 litri. Di quello buono.

27 luglio 2017

ACEA pensa di interrompere il servizio di erogazione dell’acqua potabile a Roma in turni da 8 ore, per consentire di assorbire il mancato apporto dell’acqua proveniente dal Lago di Bracciano.

Si è visto e sentito molto, su questo punto. E credo ci siano alcuni dati che non “tornano”.

Ma certo, noi siamo abituati a badare alla sostanza, no?

Leggo quest’articolo:

http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/07/23/news/roma_acqua_razionata_e_turni_di_otto_ore_citta_divisa_in_due-171450598/

che è breve, ma nella sua brevità offre alcuni spunti di riflessione:

“Acea, prevede turni di stop di otto ore consecutive e la divisione della città in due quadranti da almeno 1,5 milioni di residenti; l’acqua sarà erogata a turno a ciascun quadrante e quindi ogni 24 ore un romano su due rimarrà senza acqua, in totale, per sedici ore.”

aggiungerei: a giorni alterni. Ma transeat.

“A giugno Acea ha prelevato 1400 litri al secondo e a luglio 1.100 … Le altre fonti, a causa della siccità, riescono a coprire la metà del fabbisogno della città, che supera i 18mila litri al secondo”

E qui i conti (anche se concordano con Acea…) non tornano.

ACEA continua a ripetere che in caso di stop a Bracciano, mancherebbe circa il 50% dell’apporto idrico. E l’articolo sembra essere un meccanico copia&incolla di questa posizione.

Ma i dati (qui riportati, peraltro), dicono altro.

A casa mia 1400 l/s su 18000 sono circa l’8%, peggio mi sento per i 1100 l/s che rappresenterebbero circa il 6%.

Non mi sembra di chiedere troppo, se non di verificare le cifre che si mettono nel proprio pezzo, prima di farne discendere come in un sillogismo le decisioni di ACEA.

Andrebbe anzi rimarcato come o da Bracciano si captano ben più dei 1100 l/s dichiarati, o il consumo di Roma è inferiore (e di molto) ai 18000 l/s, o ancora ci sono altri motivi (al momento ignoti) che consigliano la riduzione del consumo idrico giornaliero, motivi che – magari anche sensati – non hanno nulla a che vedere con Bracciano.

Una postilla (ma breve) sulla Raggi, cui non si può negare la dote della coerenza: la Raggi è talmente coerente che dice oggi delle cose (da Sindaco), come le avrebbe dette ieri (dall’opposizione). Bene la coerenza, anche se non si è capito chi dovrebbe assumere delle decisioni (a questo punto urgenti) nella sua visione del mondo.

Ah sì: la “cabina di regia”. Ma i 5S non erano quelli “diversi”?

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Diario immaginario – day11

19 luglio 2017

Anche oggi non funziona la connessione.

Il satellitare mi prende il segnale, ma non riesco a comporre il numero.

Quando arriverà il resto della squadra, rideremo insieme delle pippe mentali che mi sto facendo.

Certo, a raccontarlo è strano. Ma strano strano strano.

Dalla base ad Amsterdam: niente. Dal cargo: niente. Internet: niente. Satellitare: muto.

Ecco, ci sarà davvero parecchio da ridere.

Mi è venuto in mente che dovremmo avere anche una radio ad onde corte.

Ho fatto un corso prima di andare in Libia, ma non l’ho mai utilizzata.

Mi toccherà provarci.

Piccole storie – ICMP

12 luglio 2017

C’è qualcosa di sbagliato in me?

Fino a ieri rispondevi ai miei messaggi, non ho mai dovuto fare troppi giri per contattarti.

Poi… ehi sto parlando con te!

E tu non rispondi.

E’ perché sono cambiato ultimamente? E’ vero ho cambiato indirizzo, ma questo non vuol dire che io sia cambiato tanto, dai!

Ho provato anche a contattare i tuoi conoscenti, magari avevi cambiato indirizzo tu, o magari avevi cambiato nome, chissà.

E non ho provato solo una volta.

Almeno cinque, ma tu non rispondi, anche se aspetto in linea.

Certo, ultimamente mi sono un pò aggiornato. Ma in fondo sono sempre lo stesso.

Ho provato a rifare tutto il percorso, magari c’è un’interruzione.

Ma niente. Arrivo proprio all’ultimo dove dovresti esserci tu, e non rispondi.

E’ troppo per me. Sto malissimo.

Sono già passati 50 millisecondi senza risposta, e io non posso starci.

Chiamo il DNS secondario.

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I Caproni dimenticati

12 luglio 2017

Ho fatto la maturità quasi trent’anni fa.

Allora era uso arrivare alla fine dell’ultimo anno riuscendo in maniera rocambolesca e stiracchiatissima a “coprire” il periodo della seconda guerra mondiale, fino ad Ungaretti, Montale.

Caproni no. Non pervennero in quella fase. E più tardi, a causa della mia incultura ancora lo ignorai.

Eppure era un contemporaneo, avrei potuto conoscerlo, stringergli la mano, congratularmi con lui per quello che aveva scritto, che scopro solo ora e con meraviglia.

Cose di una scintillante bellezza. Un prodigio d’uso delle parole, che vanno come tasselli a costruire una struttura perfetta, che ammiri con stupore e nient’altro.

LAMENTI (da ilfatto)

Quali lacrime calde nelle stanze?

Sui pavimenti di pietra una piaga

solenne è la memoria. E quale vaga

tromba – quale dolcezza erra di tante

stragi segrete, e nel petto propaga

l’armonioso sfacelo? No, speranze

più certe son troncate sulle stanche

bocche dei morti. E non cada, non cada

con la polvere e gli aghi nelle bocche

dei morti una parola! La ferita

inferta, non rinsalderà la notte

sulle stanze squassate: è dura vita

che non vive nell’urlo in cui altra notte

geme – in cui vive intatta un’altra vita.

 

Non so se oggi ancora si arrivi alla maturità con gli stessi programmi di trent’anni fa. Spero di no. Comunque si pone un problema che – conoscendo come si è fatti – senz’altro non sarà stato risolto.

Il punto è che tra i programmi scolastici e la contemporaneità c’è uno spazio di nessuno. No man’s land. E – almeno ai miei tempi – non era uno spazio da poco:

c’era dentro la guerra fredda, la nascita di Israele, la prima Intifada, la guerra in Corea, la fine del Franchismo, tutte cose che poi imparavi (se imparavi) più tardi, con letture, approfondimenti a smozzichi e bocconi. E comunque perdendoti (almeno io) tutto uno spazio di contemporanei scrittori, poeti, che poi ti sono sconosciuti.

Mi chiedo, ma è corretto che tanto spazio sia lasciato all’iniziativa personale, soprattutto perché si tratta di questioni che hanno per tanti versi ancora tanta presa sull’attualità?

Suggerirei di partire nell’insegnamento della Storia e della Letteratura al contrario.

Cominciando cioé dagli ultimi autori ancora in erba e dai fatti di attualità, fino a risalire le eredità (e magari guadagnando anche in coinvolgimento da parte dei ragazzi)?

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Il trollino di Foucault

21 giugno 2017

Per quali ragioni ci si concentra in città rumorose, sporche, affollate?

Ma è chiaro: per usufruire di servizi, alcuni dei quali in comunità più grandi sono più efficienti, altri in comunità più piccole semplicemente non ci sono.

Per dire: se voglio andare all’Opera, probabilmente in un piccolo centro non avrò questa possibilità e dovrò spostarmi in uno più grande.

E’ solo un esempio, non volevo dire che chi abita a Vulci è uno zotico, beninteso.

Comunque uno dei vantaggi dell’abitare in queste grosse, flaccide, puzzose città dovrebbe essere quello di avere un’offerta di servizi migliore.

In teoria. In pratica, noi che abitiamo a Roma, sappiamo quanto tutto questo sia teorico.

E veniamo al senso di Atac. Atac esiste per svolgere un servizio pubblico? Sì.

E’ efficace? No. E’ efficiente? Men che meno.

Qual è la colpa dei 5S in questo? Nell’insistere a voler considerare riformabile questo strumento quando invece è chiaro che lo sforzo per riformare ATAC è superiore – e di gran lunga – allo sforzo di ricominciare da capo.

Non è cattiveria. Capisco le preoccupazioni sui livelli occupazionali, sulle garanzie, e su tutte le altre belle cose che sono valide solo quando si parla di società pubbliche, e meno valide quando a subire i contraccolpi delle crisi sono dipendenti di società private.

Ma qui non siamo davanti ad una società che magari non è efficiente, ma è efficace (ie funziona ma costa troppo). O che magari non è efficace, ma intanto è efficiente (che sarebbe come a dire che costa poco ma non funziona).

No. Qui siamo stati in grado di creare un ircocervo che non funziona e – tanto per non farsi mancar nulla – costa un buco annuale di 500 milioni al Comune.

Allora la colpa dei 5S è di cercare di mantenere il pentolone sul fuoco, per squallidi calcoli post-elettorali (con tutto che lo sport di allisciare il pelo ai dipendenti delle municipalizzate è sempre stato molto diffuso, a Roma).

Oppure no, non si tratta nemmeno di squallidi calcoli elettorali (perché si sa, la politica è lo spazio vuoto tra due campagne elettorali), e sono davvero convinti che il loro potere taumaturgico e riformatore possa modificare le situazioni da terzo mondo di cui questa città è piena.

Perché si è convinti – prima di tutto – che non servano segnali, ma solo un onesto (!) lavoro di cesello, e tutto tornerà a posto.

Basterà il cesello per far sentire i cittadini romani un pò meno sudditi? Ma anche profittatori. Perché le medaglie hanno sempre due facce.

E – qui a Roma – come forse a Caracas o a Calcutta le due facce sono quelle di un apparato di servizi inesistente, con burocrazia maramaldeggiante e spocchiosa, e di popolazione oramai usa a considerare l’esercizio di propri diritti come risultato di una contrattazione mafiosa, e a ciò oramai usi da decenni.

Per un ATAC che non funziona, ma nemmeno in sedicesimo (e non dò certo la colpa ai grillini per questo, l’esempio dei trollini è soltanto un esempio), e che non si ha nessuna intenzione di colpire, così come non si può/vuole colpire la burocrazia cieca, fatta di piccole e grandi angherie, dove le uniche responsabilità vengono identificate nella classe “dirigente”: il politico, l’imprenditore, facendo un racconto che – per me – è parziale, ma che è anche più semplice da fare, e meno impegnativo.

Un racconto sulla base del quale si può poi difendere i livelli occupazionali di ATAC, o i vantaggi piccoli e grandi delle municipalizzate a Roma, ma anche certi discorsi sui dipendenti comunali, scivolosi quanto si pare ma che un giorno qualcuno dovrà pure affrontare, a meno di decidere di tenersi questa struttura dei costi (e della annessa qualità nulla dei servizi) fino alla fine dei giorni.

Quindi quello che rimprovero oggi – per ATAC, ma solo come esempio – ai 5S è di essersi venduti come la soluzione a tutti i mali di Roma, spacciandosi per la medicina nuova, ma rivelandosi poi – a distanza di un anno – nient’altro che la solita pappa, solo con il nome diverso.

Ma noi romani siamo così.

Chi volete che l’avrebbe votato un partito che si fosse presentato con un approccio davvero (magari sbagliando, perché no) completamente diverso?

Nessuno. Infatti guarda caso i Radicali Italiani nelle ultime elezioni hanno preso talmente pochi voti da non avere nemmeno un rappresentante in Consiglio.

E oggi promuovono un Referendum per la messa a bando del servizio di trasporto pubblico a Roma non essendo rappresentati nelle istituzioni. Quando si dice essere “fuori del palazzo”.

Ma in questo caso per colpa dei politici, degli imprenditori o dei faccendieri?

O perché – in fondo in fondo – al romano piace prendersela con gli altri, ma “manzo eh?”, quando si tratta del proprio miserevole tornaconto?

E’ caratteristica di tutte le società degradate che i diritti si frantumino in tornaconti risultando in una mancanza di interesse comune ai più per “cambiare” davvero le cose.

Roma non fa – purtroppo – eccezione.

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Susan J. Fowler

20 giugno 2017

Susan ha scritto questo post sul suo blog: Riflessioni su un anno  in Uber (https://www.susanjfowler.com/blog/2017/2/19/reflecting-on-one-very-strange-year-at-uber).

Uno dei pericoli quando si descrivono torti subiti, è il rischio di tracimare nel patetico, e di lì giungere ad un problema di credibilità.

Susan questo percorso non lo fa, dimostrando di avere una personalità salda, più di tanti altri nella sua posizione.

Arrivando alla fine del racconto, molto onesto, si riesce a provare quella stessa sensazione di frustrazione che – più di altre – deve aver provato la stessa protagonista.

Più della rabbia, più del senso di ingiustizia per i torti (tanti) subiti.

Siamo abituati a pensare che new economy sia sinonimo di apertura culturale, di meritocrazia, di diversity, come usa dire.

Poi arriva questo racconto su Uber, a rovesciare questa assunzione come un calzino. Perché se è vero che l’interesse dell’Azienda è unicamente rivolto al profitto, allora il rischio è di diventare conservativi come e più delle aziende da meccanica pesante, altro che start up.

E il racconto di Susan va esattamente in questo senso, con manager che – come scusa o no – usano le performance dell’aggressore come motivo per lasciarlo indisturbato al suo posto, e cadendo più volte – come giustamente Susan fa notare, nel ridicolo.

Comunque – sia stato il post della Fowler o no – dall’inizio dell’anno a Uber c’è un terremoto che sta tirando giù tutto il management.

Se questo basterà a riallineare Uber non so. Di sicuro sarà un insegnamento per tutti quanti – me compreso – associavano tutte le qualità migliori legate all’agilità, al merito, alle idee “smart” con la Silicon Valley, che dovranno rivedere le proprie assunzioni, e – almeno per quanto mi riguarda – continuare a pensarlo, ma con un abbondante beneficio di inventario.

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Totò la belva

15 giugno 2017

Si parla di Antonio Riina. Non entro nella questione tecnica della sentenza della Cassazione, sia perché – per l’appunto – si tratta di una questione tecnica, e io tecnico della materia non sono, sia perché di tutti quanti si sono espressi mi pare che la maggior parte non avessero fatto neanche la fatica di leggerla, o – avendola letta – avevano deciso (a priori o meno) di avversarla per puro calcolo di convenienza.

Si chiama, in altra forma, di polemica politica.

Lungo pippone di premessa finito.

Il punto, e veniva ben individuato in uno degli articoli che ho letto sull’argomento (http://www.lavocedinewyork.com/news/primo-piano/2017/06/08/se-riina-e-ancora-il-capo-dei-capi-lo-stato-ha-fallito/), è il seguente: qual è il pericolo connesso con la revoca del 41bis per questo ottantasettenne? Cioè: chi realmente può credere che questo individuo – potente e sanguinario al momento del suo arresto – abbia conservato il proprio potere dopo vent’anni di regime speciale?

Non ci posso credere perché se fosse vero, allora vorrebbe prima di tutto dire che il 41bis è inutile.

Secondariamente se è vero che quest’individuo è alla fine della sua vita sciagurata, allora la reale forza di uno Stato si esprime nel decidere valutando i fatti, e non le suggestioni – come temo possa essere un magari umananamente giusto sentimento di vendetta.

E non sono affatto d’accordo su quanti dicono che una (supposta, e peraltro non richiesta nella pronuncia della Cassazione) scarcerazione di Riina sarebbe un segno di cedimento dello Stato. Un atto di questo tipo per un individuo morente, non più in grado di nuocere, né di comandare neanche al proprio corpo, sarebbe semmai il segno opposto.

Fortes semper monstrant misericordiam.

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