Archive for the ‘Politics’ Category

Il dessert libico

3 agosto 2017

Finalmente abbiamo capito a cosa si riferiva Renzi quando ha scritto “aiutiamoli a casa loro”.

E’ come quando la colf vi viene a casa e vi lava le mutande.

La stessa cosa, con la differenza che la colf in Libia ci andrà con due navi da guerra.

E ci sta, per carità, essendo la Libia un Paese non-Paese con un livello di stabilità interna che i più prudenti definirebbero “problematico”.

Bisogna capire comunque le finalità con cui il governo italiano invia due pattugliatori. E lasciamo stare le dichiarazioni formali. Un indizio lo si apprende dalla reazione rabbiosa di Haftar – appoggiato dalla Francia.

Allora viene il dubbio che le due navi italiane, dovranno entrare in acque libiche per puntellare la leadership “assai problematica” di Al Serraj, in un’escalation di ganzate cosmiche che Francia e Italia pare si stiano avviando a percorrere tutta, fino al punto in cui in questa roulette russo-libica qualcuno non si farà male sul serio.

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Sulla via di Bracciano, mi persi 8000 litri. Di quello buono.

27 luglio 2017

ACEA pensa di interrompere il servizio di erogazione dell’acqua potabile a Roma in turni da 8 ore, per consentire di assorbire il mancato apporto dell’acqua proveniente dal Lago di Bracciano.

Si è visto e sentito molto, su questo punto. E credo ci siano alcuni dati che non “tornano”.

Ma certo, noi siamo abituati a badare alla sostanza, no?

Leggo quest’articolo:

http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/07/23/news/roma_acqua_razionata_e_turni_di_otto_ore_citta_divisa_in_due-171450598/

che è breve, ma nella sua brevità offre alcuni spunti di riflessione:

“Acea, prevede turni di stop di otto ore consecutive e la divisione della città in due quadranti da almeno 1,5 milioni di residenti; l’acqua sarà erogata a turno a ciascun quadrante e quindi ogni 24 ore un romano su due rimarrà senza acqua, in totale, per sedici ore.”

aggiungerei: a giorni alterni. Ma transeat.

“A giugno Acea ha prelevato 1400 litri al secondo e a luglio 1.100 … Le altre fonti, a causa della siccità, riescono a coprire la metà del fabbisogno della città, che supera i 18mila litri al secondo”

E qui i conti (anche se concordano con Acea…) non tornano.

ACEA continua a ripetere che in caso di stop a Bracciano, mancherebbe circa il 50% dell’apporto idrico. E l’articolo sembra essere un meccanico copia&incolla di questa posizione.

Ma i dati (qui riportati, peraltro), dicono altro.

A casa mia 1400 l/s su 18000 sono circa l’8%, peggio mi sento per i 1100 l/s che rappresenterebbero circa il 6%.

Non mi sembra di chiedere troppo, se non di verificare le cifre che si mettono nel proprio pezzo, prima di farne discendere come in un sillogismo le decisioni di ACEA.

Andrebbe anzi rimarcato come o da Bracciano si captano ben più dei 1100 l/s dichiarati, o il consumo di Roma è inferiore (e di molto) ai 18000 l/s, o ancora ci sono altri motivi (al momento ignoti) che consigliano la riduzione del consumo idrico giornaliero, motivi che – magari anche sensati – non hanno nulla a che vedere con Bracciano.

Una postilla (ma breve) sulla Raggi, cui non si può negare la dote della coerenza: la Raggi è talmente coerente che dice oggi delle cose (da Sindaco), come le avrebbe dette ieri (dall’opposizione). Bene la coerenza, anche se non si è capito chi dovrebbe assumere delle decisioni (a questo punto urgenti) nella sua visione del mondo.

Ah sì: la “cabina di regia”. Ma i 5S non erano quelli “diversi”?

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Il trollino di Foucault

21 giugno 2017

Per quali ragioni ci si concentra in città rumorose, sporche, affollate?

Ma è chiaro: per usufruire di servizi, alcuni dei quali in comunità più grandi sono più efficienti, altri in comunità più piccole semplicemente non ci sono.

Per dire: se voglio andare all’Opera, probabilmente in un piccolo centro non avrò questa possibilità e dovrò spostarmi in uno più grande.

E’ solo un esempio, non volevo dire che chi abita a Vulci è uno zotico, beninteso.

Comunque uno dei vantaggi dell’abitare in queste grosse, flaccide, puzzose città dovrebbe essere quello di avere un’offerta di servizi migliore.

In teoria. In pratica, noi che abitiamo a Roma, sappiamo quanto tutto questo sia teorico.

E veniamo al senso di Atac. Atac esiste per svolgere un servizio pubblico? Sì.

E’ efficace? No. E’ efficiente? Men che meno.

Qual è la colpa dei 5S in questo? Nell’insistere a voler considerare riformabile questo strumento quando invece è chiaro che lo sforzo per riformare ATAC è superiore – e di gran lunga – allo sforzo di ricominciare da capo.

Non è cattiveria. Capisco le preoccupazioni sui livelli occupazionali, sulle garanzie, e su tutte le altre belle cose che sono valide solo quando si parla di società pubbliche, e meno valide quando a subire i contraccolpi delle crisi sono dipendenti di società private.

Ma qui non siamo davanti ad una società che magari non è efficiente, ma è efficace (ie funziona ma costa troppo). O che magari non è efficace, ma intanto è efficiente (che sarebbe come a dire che costa poco ma non funziona).

No. Qui siamo stati in grado di creare un ircocervo che non funziona e – tanto per non farsi mancar nulla – costa un buco annuale di 500 milioni al Comune.

Allora la colpa dei 5S è di cercare di mantenere il pentolone sul fuoco, per squallidi calcoli post-elettorali (con tutto che lo sport di allisciare il pelo ai dipendenti delle municipalizzate è sempre stato molto diffuso, a Roma).

Oppure no, non si tratta nemmeno di squallidi calcoli elettorali (perché si sa, la politica è lo spazio vuoto tra due campagne elettorali), e sono davvero convinti che il loro potere taumaturgico e riformatore possa modificare le situazioni da terzo mondo di cui questa città è piena.

Perché si è convinti – prima di tutto – che non servano segnali, ma solo un onesto (!) lavoro di cesello, e tutto tornerà a posto.

Basterà il cesello per far sentire i cittadini romani un pò meno sudditi? Ma anche profittatori. Perché le medaglie hanno sempre due facce.

E – qui a Roma – come forse a Caracas o a Calcutta le due facce sono quelle di un apparato di servizi inesistente, con burocrazia maramaldeggiante e spocchiosa, e di popolazione oramai usa a considerare l’esercizio di propri diritti come risultato di una contrattazione mafiosa, e a ciò oramai usi da decenni.

Per un ATAC che non funziona, ma nemmeno in sedicesimo (e non dò certo la colpa ai grillini per questo, l’esempio dei trollini è soltanto un esempio), e che non si ha nessuna intenzione di colpire, così come non si può/vuole colpire la burocrazia cieca, fatta di piccole e grandi angherie, dove le uniche responsabilità vengono identificate nella classe “dirigente”: il politico, l’imprenditore, facendo un racconto che – per me – è parziale, ma che è anche più semplice da fare, e meno impegnativo.

Un racconto sulla base del quale si può poi difendere i livelli occupazionali di ATAC, o i vantaggi piccoli e grandi delle municipalizzate a Roma, ma anche certi discorsi sui dipendenti comunali, scivolosi quanto si pare ma che un giorno qualcuno dovrà pure affrontare, a meno di decidere di tenersi questa struttura dei costi (e della annessa qualità nulla dei servizi) fino alla fine dei giorni.

Quindi quello che rimprovero oggi – per ATAC, ma solo come esempio – ai 5S è di essersi venduti come la soluzione a tutti i mali di Roma, spacciandosi per la medicina nuova, ma rivelandosi poi – a distanza di un anno – nient’altro che la solita pappa, solo con il nome diverso.

Ma noi romani siamo così.

Chi volete che l’avrebbe votato un partito che si fosse presentato con un approccio davvero (magari sbagliando, perché no) completamente diverso?

Nessuno. Infatti guarda caso i Radicali Italiani nelle ultime elezioni hanno preso talmente pochi voti da non avere nemmeno un rappresentante in Consiglio.

E oggi promuovono un Referendum per la messa a bando del servizio di trasporto pubblico a Roma non essendo rappresentati nelle istituzioni. Quando si dice essere “fuori del palazzo”.

Ma in questo caso per colpa dei politici, degli imprenditori o dei faccendieri?

O perché – in fondo in fondo – al romano piace prendersela con gli altri, ma “manzo eh?”, quando si tratta del proprio miserevole tornaconto?

E’ caratteristica di tutte le società degradate che i diritti si frantumino in tornaconti risultando in una mancanza di interesse comune ai più per “cambiare” davvero le cose.

Roma non fa – purtroppo – eccezione.

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Vive la France

8 maggio 2017

C’è un messaggio che arriva dalla Francia, e che è più importante della sconfitta del populismo e delle sue ricette approssimative, che assecondano gli istinti peggiori dei popoli che i suoi sostenitori aspirerebbero a governare.

No, non conosco bene il messaggio che Macron ha utilizzato, o perché abbia funzionato.

Una cosa però l’ho capita, e mi fa piacere: si può associare successo ed europeismo, speranza in un futuro migliore e diritti.

E’ evidente che una sana dose di “popolarismo” al limite del cinismo populista aiuta, ed è spesso imprescindibile. E Macron certo non fa eccezione quando – come fa – insiste sulla sicurezza e sulla protezione. Come forse su altri temi (come quelli strettamente economici, che spesso somigliano alle formule degli stregoni).

Il punto è quanto si riesce – sempre mantenendosi in quest’ambito – ad inserire dei messaggi veri ma impopolari, e ad essere dirompenti ma in senso opposto alla “vulgata” dell’Europa brutta e cattiva, ai migranti come pesi insostenibili, ecc. ecc.

Poi, in tutti i casi, vedremo cosa potrà e saprà fare il nuovo Presidente francese.

Quello che succede spesso con i politici populisti è che una volta arrivati al governo non riescano ad uscire da una specie di campagna elettorale perenne, dove invece ci sarebbe bisogno di scelte e azioni vere.

In questo senso mi auguro che finito il rullo dei tamburi e dei discorsi roboanti si passi ad una fase di ricostruzione dell’Europa, cantiere lasciato a metà, e del cui perfezionamento oggi più di ieri ci sarebbe la necessità, lasciato orfano spesso proprio dai Paesi fondatori, ognuno con le sue colpe e le sue piccole meschinità.

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La Verità fatta in casa

4 maggio 2017

C’è un effetto perverso che chi si occupa di sociologia probabilmente già sta studiando, connesso con i cambiamenti che Internet (o la Società dell’Informazione, se preferite), induce negli atteggiamenti personali.

Uno di questi effetti riguarda il rapporto con la realtà. Quello che negli ultimi mesi più che altro ha investito i titoli dei giornali con il nome di “fake news” (le bufale).

Il problema mi sembra qui più complesso del semplice essere o meno creduloni, come pare sembrino suggerire alcuni approfondimenti.

In effetti la diffusione delle fake news è data non tanto dalla loro disponibilità, o dall’approssimazione con cui alcuni formano le proprie opinioni, quanto dall’attitudine delle persone (la gente) ad adattare la realtà ai propri istinti e/o desideri e non i propri istinti e/o desideri alla realtà.

Abbiamo bisogno di esempi? Vogliamo parlare della vicenda di questi giorni rispetto al ruolo delle ONG? Fare un discorso che abbia un capo e una coda è oramai diventato impraticabile: stavo vedendo i commenti ad un articolo su un noto giornale italiano, ed erano tutti (ma proprio tutti) schierati dalla stessa parte. Direi disinformata. Ma lì il problema non è neanche essere disinformati, è evitare a bella posta i fatti, per fumarsi il pongo fabbricato in casa che si spaccia per verità.

E che narra di complotti tra ONG e trafficanti, addirittura di un piano per destabilizzare il nostro Paese (come se non avessimo dimostrato di essere a questo capacissimi già da soli), o per ricavare mirabolanti guadagni alle spalle dei poveri contribuenti italiani.

Non so in che modo, ma sembra che sapere che anche nelle ONG si annidino degli spazi di malaffare agisca come un balsamo sull’animo dei nostri poveri concittadini, che non riescono a vedere le cose nella loro linearità e sono costretti ad immaginare arzigogoli logici, per tenere in piedi le loro assunzioni sbagliate.

Arrivano troppi migranti. Ma troppi rispetto a che? Forse ci sono troppe guerre, conflitti, persecuzioni.

E quale sarebbe il ruolo delle ONG se non di salvare quante più persone possibile?

E poi: ma se non ci fossero le ONG a raccoglierli, i migranti, dovremmo supporre che dovremmo lasciarli crepare in mare, o comunque lasciarne affogare un numero molto più grande di quello di oggi.

Ma certo, l’atteggiamento già conosciuto è di infangare qualsiasi cosa, per liberarsi (in un qualche modo distorto) la coscienza, e arrivare a considerare (e spesso senza avere il coraggio di dirlo) che in fondo chi paga 3000 euro per un passaggio su un gommone sdrucito per arrivare in Europa se l’è anche andata a cercare, e quindi tanto meglio sotto un centinaio di metri di mare, piuttosto che ad ingombrare le nostre piantagioni di pomodori per 50 centesimi a cassetta, o anche a fare il vu’cumprà sulle nostre spiaggie, per 8 euro al giorno.

Ma certo, pensare che 10/15000 euro al giorno per tenere in mare una nave di una di queste ONG siano pagati dai trafficanti libici e non tramite le donazioni di quanti forse – un pò – si preoccupano di aiutare questo mondo a essere un pò meno pessimo di quanto già non sia, deve essere quasi incredibile. Molto più improbabile dal punto di vista della “gente” che 10/15000 persone in tutta Europa donino in media 365 euro all’anno, che i mercanti di umani cedano una parte dei loro guadagni per assicurare salvezza a quanti loro – in ogni caso – getterebbero in mare.

Poi, come in tutte le cose, potranno esserci eccezioni, spazi di infamia etc., ma logica e intelligenza dovrebbero aiutare ad incasellare le cose nella prospettiva che più si avvicina alla realtà.

Ma certo, questo è uno sport che oggi non vede atleti in gara.

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La trampa

30 aprile 2017

Trump è un oggetto politico paradossale.

Oggi si svolge una delle trasformazioni più sorprendenti di questo imbonitore di spazzole prestato alla Politica.

Da sovranista inveterato, convinto del dover “dismettere” le responsabilità di “protettore del mondo” degli Stati Uniti, a fautore di una politica estera azzardata quanto si vuole ma estremamente attiva (proprio per compensare la mala parata interna, potrebbero pensare le malelingue).

Da filoputinista a difensore degli interessi regionali nel medio oriente, e specificamente in ruolo anti-putin.

E nello scacchiere internazionale il dubbio è: qual è il vero obiettivo (sempre che ci sia, ma diamine stiamo sempre parlando degli Stati Uniti, anche se con ciuffo ribelle e ketchup) della politica di Trump?

Perché diciamocelo, Obama per quanto apprezzabile probabilmente non è riuscito in politica estera in otto anni a dare un senso compiuto alle proprie azioni, o almeno non a darlo in maniera duratura e visibile.

Io ho tutta una serie di dubbi che l’obiettivo sia davvero la Corea del Nord, che mi sembra più un modo per (con tutto che certe azioni politiche, specialmente tanto spregiudicate si sa come iniziano e non si sa come finiscano) far sì che “nuora intenda” piuttosto che suocera si faccia davvero edotta.

La mia impressione è che con la Corea del Nord, l’obiettivo sia più la Cina.

E che in Siria abbia voluto “battere un colpo”, sia per motivi legati agli equilibri politici interni, sia perché effettivamente il ruolo degli Stati Uniti oramai in Siria era decisamente appannato (stretto tra Iran, Russia e Turchia).

Oggi in Siria ho l’impressione che nessuno abbia fretta di togliere dallo scenario l’ISIS. Una Siria senza ISIS infatti vorrebbe dire un ritorno di Assad o un processo di Pace in cui gli oppositori dovrebbero avere un ruolo, e oggi nessuno è disponibile a lasciare alla parte avversa alcuna chance. Temo che ISIS verrà perciò tenuto in coma profondo, facendo sì che la guerra duri ancora parecchio a lungo.

E la bomba da 10 tonnellate? Ehi, ma si tratta pur sempre di un venditore di spazzole capitato nella stanza di bottoni, un po’ di sano divertimento glielo concederemo?

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Firma volontà

31 marzo 2017

Ho letto quest’articolo (di interesse locale, direi) sul consigliere Onorato.

Il Consigliere non lo conosco, però a giudicare dall’intervista, sembra dire cose di buon senso.

https://www.romadailynews.it/politica/onorato-marchini-firme-raggi-sto-ricevendo-insulti-sessisti-0306829

Normalmente preferisco commentare le azioni (o le inazioni) politiche della Raggi.

E da questo punto di vista, mi pare che uno dei (pochi) punti fermi che fin qui si sono visti, sia una strenua difesa dell’as-is.

Tutto l’opposto – penso – rispetto al motivo per cui la maggior parte dei Romani l’hanno votata.

Detto ciò.

Un commento su questa storia delle firme va comunque fatta.

Tutti sappiamo (o dovremmo sapere) che le regole per la presentazione delle liste sono farraginose se non criminogene.

E ne fanno le spese tutti quelli che con metodi più o meno raccogliticci devono sottoporsi a queste forche caudine.

Quello che è veramente inaccettabile è il persistere a voler leggere in maniera totalmente diversa lo stesso atto (poniamo un’irregolarità formale nel modulo di raccolta) se fatto da un altro partito e se fatto dal MoVimento, o anche se fatto da una componente del MoVimento non allineata (allineata a chi? a cosa? pare che l’unica regola “vera” sia non stare sul culo di Grillo).

Che risponde alla stessa logica per cui in Parlamento i membri 5S fanno ostinatamente riferimento ai loro emendamenti, alle loro proposte, alle loro iniziative, come le uniche legittime e tutti gli altri ladri farabutti delinquenti.

Che è ad un tempo pericoloso e arrogante.

Ma spiega perfettamente perché i 5S siano predisposti a vedere complotti dappertutto, e perché non possano accettare alcuna mediazione.

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Il genere che preferisco

24 marzo 2017

Si parla del genere femminile applicato alle cariche pubbliche.

Ho visto molte opinioni, molte questioni di buon senso, ma non quella che a me sembra dirimente.

Si parla di genere, prima di tutto. Quando l’aspirazione di chi assume cariche tanto importanti dovrebbe essere quella di perdere il proprio genere, per rappresentare l’istituzione.

Io sono sempre convinto che la maggior parte di chi si occupa della cosa pubblica abbia intenzione di fare del bene: you can say I’m a dreamer, etc.

Da questo deriva – almeno per me – che il ruolo istituzionale dovrebbe far dimenticare chi si era “prima” o “accanto”. Uomo, donna, di qualsiasi schieramento.

Il punto è che fare troppa allusione al genere, nasconda una non piena comprensione del ruolo che ci si assume.

La differenza tra fare qualcosa e pubblicare su FB di averlo fatto.

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Del relativismo politico

22 marzo 2017

Che poi, l’affermazione “se non accetti le regole di questo partito, createne uno tuo” è legittimo.

La questione dovrebbe eventualmente porsi nell’assenza delle regole, anzi in una regola che è la negazione di qualsiasi regola (decido io punto e basta).

E – si badi bene – per me resta comunque un atteggiamento legittimo.

Come è legittima qualsiasi posizione politica, anche la più stravagante, che dovrebbe essere bocciata dalla logica, e conseguentemente nei fatti, più che da barocchi vincoli legali.

Perché il punto è questo, che nel mercato politico, così come in qualsiasi altro mercato, qualcuno che vende quel prodotto statisticamente lo troverai sempre. Qualcuno che identificherà una nicchia da poter pascere e con la quale fare la sua (magari limitata) fortuna.

Il problema sorge quando quella nicchia si allarga, a dispetto di ogni considerazione sui dati, sugli aspetti legali, sociali, economici, e pretende di essere verità contro la verità, dato farlocco contro il dato reale.

Ma questa è colpa dell’imbonitore di turno che onestamente (o meno) vende la sua merce? E’ colpa del santone che vende il filtro d’amore della sacra pozza del Gange, o della folla che si accalca, convinta di poter avere così migliore soddisfazione?

Ecco, in questo io trovo molte differenze rispetto alle persone con le quali normalmente mi confronto. Per me molto (anche se certo non tutto) nasce dal disinteresse delle persone. O da un interesse superficiale. L’abitudine di utilizzare la propria intelligenza per altre cose (tipo dove buttare l’immondizia differenziata purché non nel cassonetto giusto), ma affidarsi ad altre proprietà quando si tratta di scelte politiche, tipo

Il Fiuto (che non previene dal non sentire la puzza di merda, evidentemente)

Il Culo (che include la sfiga di scegliere sempre l’opzione peggiore)

Il Caso (che esclude la possibilità di cogliere l’opzione migliore anche per errore)

Di esempi ne ho accumulati tanti, da una trentina di anni a questa parte.

Quindi: colpa senz’altro dei politici che non sanno vendere bene la propria merce, ma se il pubblico chiede proprio merce avariata, cosa deve fare il politico che non sia utopista, se non in qualche modo adeguarsi al mercato?

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Renzinante

16 marzo 2017

Succede che a star dietro alle proprie scommesse, si perda di vista il motivo per cui si era iniziato a giocare.

Un buon giocatore dovrebbe però sapere che quando si è rischiato molto, e si è perso, è meglio saltare un giro. O forse anche due.

Che abbiamo invece qui? Un ex premier ex segretario che di nuovo ricomincia a scommettere sul futuro, ma per farlo butta all’aria anche quello che di buono aveva fatto.

Molto male.

Questa storia dei voucher poi è abbastanza ridicola. Legittimo l’interesse della CGIL ad inquadrare tutto il lavoro in rigidi schemi contrattuali, dove può giocare meglio il proprio ruolo. Dubito che lo faccia per amor di Patria.

Pazzesco che nel PD si abbia talmente poca fiducia nelle ragioni che portarono alla creazione dei Voucher, da deciderne l’abolizione. Puf. Che poi i voucher servissero a combattere il nero e che – con tutto che si prestavano ad utilizzi “furbetti” – questo avevano fatto, no comment. Lontano dagli occhi…

Questo sarebbe ad oggi l’esito del Renzinante che ha preso il posto del Renzi-vi-faccio-vedere-io-come-mi-seguono-gli-italiani il quale a sua volta aveva preso il posto del Renzi-rottamatore (che nella furia, evidentemente, si era dimenticato qualche pezzo).

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Pendolante

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